Memorie di uno scrutatore

Ballo in maschera

Andare a votare mi è sempre piaciuto, amo la banalità della democrazia, nutro simpatia per i seggi, gli scrutatori, i tabelloni appesi, le guardie che guardano, la matita copiativa. Mi emoziono ogni volta, anche se le volte oramai sono tante.

Michele Serra via Luca Bottura

Una settimana fa si concludeva la mia ennesima esperienza da scrutatore. Non ho mai tenuto il conto preciso ma, al ritmo con cui votiamo in Italia, dal 1990 ad oggi saranno state quasi una decina.

Si comincia poco più che maggiorenni, per fare un’esperienza in più (e arrotondare quella che all’epoca era una paghetta) e si finisce per restare in un rituale immutabile. L’ingranaggio “intimo” della democrazia che è tutt’altro che banale.

La cancelleria vetusta, l’odore di inchiostro tipografico, gli elastici di gomma, il timbro, i verbali in quadruplice copia, le caselline per le crocette, le matite copiative, il legno stagionato e puzzolente delle cabine, le lampadine da 15 watt, il nastro gommato per sigillare tutto, comprese porte e finestre, le firme su quel nastro, le buste e che vanno dentro ad altre buste che vanno dentro a bustone enormi insieme alle schede, moderni sarcofaghi della volontà popolare.

E’ più o meno come spiare al microscopio i globuli rossi nel sangue, la circolazione periferica, gli alveoli polmonari, le piccole cose che ci mantengono in vita.

Le radici della democrazia, le procedure che almeno nelle intenzioni, garantiscono il corretto incanalamento della volontà popolare si imparano stando due giorni e mezzo (e a volte, grazie a presidenti incompetenti, si vedono anche due albe) chiusi in quella stanza, dove gli elettori arrivano lentamente uno dopo l’altro come le gocce in una flebo. Materializzano in corpi reali quello che si legge nei libroni delle liste elettorali: nomi, cognomi da nubili e da sposati, date di nascita, titoli di studio.

Se vuoi imparare qualcosa di concreto sulla delicatezza, sulla tenerezza di una società e sulla privacy delle nostre vite, fa’ almeno una volta lo scrutatore. Nomi e date di quelle liste diventano persone, alcune sono come te le aspetti, altre completamente diverse, alcune raffinate e gentili, altre rozze, molte indifferenti. Molti sono intimiditi, gradiscono essere guidati, basta un “venga da me che le do le schede” e subito sono rassicurati. Altri vogliono lo scettro del comando. Di alcuni prima vedi la foto da giovane sul documento, poi noti la data di nascita uguale alla tua e ti chiedi: anch’io faccio quell’impressione? Il tempo passa così in fretta? E io cos’ho combinato negli stessi anni?

Pagine e pagine di firme da fare, casi e sottocasi di gente che vota nel seggio ma non abita nella zona, militari in licenza e altre amenità che preferiresti evitare di verbalizzare. Casi e sottocasi di schede contestate da esaminare poi. Rigorose procedure per il conteggio. Procedure per aiutare elettori non vedenti, non deambulanti. Risposte da dare alla vecchina che non sa richiudere le schede (“Non me le faccia vedere, le arrotoli come un lenzuolo, piuttosto!”). I voti dati con segno tremante. Quelli che “sa come si vota, signora”? “Le ho fatte tutte dal ’48, avrò ben imparato come votare, veh!”.

Ti senti come quando assisti un anziano o un bambino, come quando gli rimbocchi le coperte e cammini piano per non svegliarlo, come quando lo cambi senza farglielo pesare, perché tutto vada per il verso giusto e ognuno possa mettere la crocetta dove vuole. E tu stai attento a non dimenticare una firma, a trascrivere tutte le cifre delle tessere elettorali, a rincorrere quelli di cui ti sei dimenticato quando la stanchezza ha avuto la meglio.

Poi pensi al mistero delle schede bianche 2006, di quella notte da incubo . Poi pensi ai due anni di governo che hai voluto a tutti i costi. Poi ti arrendi all’idea di doverti rendere conto di chi ha stravinto stavolta ma soprattutto di chi ha straperso.

Fai una carezza sulla testolina di quell’embrione di democrazia. Congelato.

Buona notte.

Speriamo bene.

Serendipity sinfonica e banda larga

Questa volta mi dilungo in un piccolo racconto zen con finale tecnologico.

Ogni sera a casa nostra c’è un rituale costituito dal doppio bagnetto parallello dei due ibaby immersi in vaschina e vascotta. Alle abluzioni segue una complicata rincorsa sul lettone nel disperato tentativo di asciugarli, dotarli di pannolino per la notte e mettere loro il pigiamino.

Alta sopra il lettone una lunga mensola bianca tiene lontane le nostre cose dai due piccoli Unni, a mo’ di comodino fluttuante. Il piano ha funzionato egregiamente finché i piccoli non sono cresciuti all’altezza giusta per guadagnare la cengia. A questo punto il giardino proibito ha cessato di essere tale diventando terreno di esplorazione e conquista.

Il tesoro più bramato è attualmente la radiosveglia porta-ipod. L’infante prova i tasti, l’apparecchio si sveglia ed emette musica. Il game engine più antico della storia: lo stimolo&risposta iPod-powered. La radio vive dei suoi pochi preset e attualmente è fissata su Radio 3 per un risveglio poco traumatico e, ultimamente, per un’andata a letto dei bimbi a suon di musica classica.

Orbene, ieri sera Cesare ha ripetuto il gioco mentre rincorrevo lui e Ulisse mezzi nudi e li placcavo coi pannolini. Dalla radio esce una musica nota e piacevole ma non subito riconoscibile. Sembra il tema di Leila di Star Wars ma non sono sicuro. Mi rimetto a vestire Cesare, riproponendomi di controllare il palinsesto, sarà un brano di passaggio.

La musica continua e l’orecchio del fan riconosce ogni singolo passaggio di Star Wars, la fuga, la battaglia finale, la sala del trono, i titoli di coda. Tuttavia l’esecuzione suona strana. Controllerò il palinsesto appena messi a letto i bimbi. Non posso aspettare la fine dell’esecuzione, c’è il latte, le favole, la buonanotte. Ci sarà il podcast di radio 3. Ma di quale trasmissione o rubrica?

Mi concedo un secondo per guardare il display della radio: tradimento! L’infante ha schiacciato i bottoni fino a spostare il preset su una frequenza sconosciuta. Non c’è il nome della stazione, solo la frequenza: 93.6. L’RDS è disabilitato altrimenti mi ritrovo l’orologio su fusi orari improbabili. Non c’è modo di sapere chi sta solleticando le corde di un fan. O forse c’è.

Cesare viene mandato a letto con il suo biberon. Faccio un po’ di melina con lui e intanto penso a cosa chiedere a Google: Radio frequenze Bologna. In un paio di salti una pagina mi svela il mistero: si tratta di GrParlamento! GrParlamento? Tra una legislatura e l’altra a Montecitorio ascoltano John Williams?

Sul sito rai accendo la diretta streaming: dall’iMac esce, compresso, il suono del finale di Star Wars, con il consueto piccolo ritardo dovuto al buffering. E’ proprio GrParlamento, non si scappa. Il palinsesto parla di cose ben diverse, il podcast c’è ma di Star Wars nemmeno l’ombra. Cesare chiama, devo andare a leggergli la favola. La musica finisce, lo speaker annuncia con la consueta voce Rai fuori dal continuum spazio-temporale:

john williams
star wars (guerre stellari)
premio oscar 1977 per la miglior colonna sonora originale – dal film omonimo di george lucas.
[…]
los angeles philharmonic orch dir. zubin mehta
e jazz band “cantina band” dir. jules chaikin

E poi aggiunge:

Abbiamo trasmesso: And the winner is… musiche da Oscar.
Rai, filodiffusione. I programmi proseguono con…

Finalmente metto a fuoco la stranezza che sentivo nell’esecuzione: non è la versione canonica della London Symphony Orchestra, quella del film vero e proprio, è la Los Angeles Philharmonic Orchestra diretta da Zubin Metha coadiuvata da una jazz band.

Tutti i pezzi vanno a posto: grazie a Internet scopro che la filodiffusione viene trasmessa a volte anche da GrParlamento:

Il programma Auditorium è trasmesso anche sulle frequenze di GR Parlamento in orari variabili a seconda del palinsesto giornaliero, ma prevalentemente dopo le 21.

Il sabato sera c’è un programma dedicato alle musiche da film (potrebbero anche aggiornarne la pagina, en passant).

Grazie al ricco sito sulla filodiffusione (con modalità di ascolto in streaming e multicanale) scopro un sacco di cose su questa struttura Rai che da sempre ha diffuso musica in casa nostra via filo, appunto. Dal palinsesto, infine, risalgo alla trasmissione di ieri e trovo tutti i dettagli: è un disco Decca con tanto di matricola (417-846-2) e durata dei brani.

Un altro paio di salti con Google e trovo nel posto giusto la pagina dedicata a quel disco con tanto di foto e brani scaricabili in formato midi.

C’è qualcosa di particolare che unisce gli ingredienti di questo racconto, la sera coi bimbi, la curiosità, la musica del cuore, la caccia al tesoro su Internet. E’ il ruolo cardine che sta assumendo la combinazione di due elementi: la tecnologia (la banda larga) e la confidenza con essa nella vita di tutti i giorni. Qui siamo oltre il semplice quiz: vedo in TV un film iniziato, raccolgo due indizi (il nome di un personaggio, quello di un attore) e trovo titolo e ogni dettaglio su IMDB. Incespicando nella musica del cuore ho intrapreso un viaggio che mi ha fatto (ri)scoprire una realtà ricca e strutturata. Iniziando la quest da un numero di frequenza radiofonica, ho trovato una risposta che già conoscevo (la musica era proprio Star Wars) ma al contempo ho ricostruito un contesto ampio e ho provato un senso di soddisfazione impensabile in altri ambiti.

La necessità della diffusione della banda larga, di fare una rete cittadina è un tema che ricorre spesso nella blogosfera e sulle testate internettiane. Il rischio è che suonino come consigli generici al lettore occasionale: mi è capitato spesso di cercare esempi calzanti per spiegare a chi non è uso al computer in always on, quanto questo possa cambiarti la vita. Gli esempi che vengono alla mente sono sempre cose banali come la ricerca di un orario del treno o le previsioni del tempo. Il raccontino che vi ho fatto conteneva un germoglio di idea in più, a mio parere. Forse mi sbaglio, forse no. Se fossi stato connesso via modem o via cellulare ci avrei pensato due volte prima di avviare la connessione e decidermi a cercare informazioni sulla musica che sentivo alla radio.

Non mi serve l’ADSL, leggo la posta solo ogni tanto è la premessa peggiore per avvicinarsi a Internet. Pensate all’acqua o all’elettricità. Non trovate qualcosa, andate a cercarlo nello sgabuzzino buio. Ma se per accendere la luce doveste prima andare in cantina a girare gli interruttori a coltello non cambiereste idea?

Update: corretti alcuni errori di battitura. Il post è stato scritto sotto assedio di infanti.

Palliativi

Quando si deve dimenticare qualcosa si tenta con qualche addittivo tipo cioccolata calda in cui intingere tavoletta di cioccolata fondente.

Questa volta, esaurito il mio compito di scrutatore, di cui vi diro’, ho provato con una birra del Lidl, qualche gelato e una dose massiccia in libreria.

Ho comprato una moleskine; ho anche comprato – chiedendola all’addetto – , la nuova edizione di Playlist. Non so se mi esplico. Un blogger all’ultimo stadio.

Ma queste sono tutte cazzate.

Oggi c’è un altro Luca che ha bisogno di tutto il nostro affetto e noi glielo daremo proprio tutto.

Anche di più.

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Ieri a Forlì

Ieri questo blog era all’ospedale di Forlì.

A salutare un pezzo di noi.

Ad abbracciare forte Giacomo e Giuliano. Che per telefono non è la stessa cosa.

Erano 78 Km ma avrebbero potuto essere pure 780 e saremmo arrivati lo stesso. Anche col navigatore che ci ha portati all’ospedale sbagliato.

Nei prossimi giorni il funerale. Intanto questo post c’è.

Aggiornamento: il funerale è fissato mercoledì 26 marzo alle ore 15,00.

10 domande – la verità sulle stragi

10domande è il sito che raccoglie delle video domande ai candidati premier alle prossime elezioni. Le domande sono dotate di tag, link di condivisione e possibilità di voto. Le 10 domande più votate verranno girate ai candidati.

La mia domanda riguarda la verità sulle stragi, perché penso che sarà sempre un argomento di attualità finché non verrà fatta piena luce.

Ripropongo la domanda anche qui sotto:

Gary Gygax tra noi

La scatola rossa

Vorrei accodarmi anch’io con qualche giorno di ritardo all’ultimo saluto a Gary Gygax. Ne hanno parlato in molti e si è scatenata in rete una rilettura dell’impatto del gioco di ruolo nella cultura geek e internettiana (si vedano i post citati da Scott Rosemberg).

Gary Gygax è il papà di Dungeons & Dragons, il più famoso sistema di gioco capostipite di tanti altri sempre più sofisticati.

Questo gioco irruppe in Italia nel tardo 1985 sotto forma di una scatola rossa contenente due fascicoli rossi da leggere in sequenza e un sacchetto di dadi dalle forme mai viste. Questi semplici elementi erano la porta per una nuova meraviglia.

Meraviglia è proprio al parola che permea la prosa con cui erano scritte le regole e le indicazioni per condurre il gioco nella scatola rossa (e poi nella scatole blu, verde e nera), e il nome che veniva collegato a questa sensazione era quello degli autori. Chi avrà inventato questa cosa fantastica? Gary Gygax e Dave Arneson.

Erano anni senza Internet né documentari via satellite. Le novità si trovavano in edicola, nei negozi specializzati e con il passaparola di chi giocava con le copie fatte arrivare dall’estero. Il sense of wonder dura di più se non c’è overflow di informazione e il nome di Gygax si è legato saldamente a questa esperienza.

Sono profondamente convinto che la creatura di Gygax abbia cambiato la forma mentis della nostra generazione. Il gioco di ruolo può aiutare a vivere meglio e in certi casi anche a soppesare scelte molto difficili.

Ho molto apprezzato le osservazioni del mio omonimo kurai sull’influenza del gioco di ruolo:

E ora te ne dico una più grossa. Anche in molte community online puoi trovarne tracce. D&D non ha influenzato solo il mondo dei giochi, ma anche quello dell’interazione.

Se avete tempo e più di 30 anni, ripescate la scatola rossa (non fate i furbi, so che ce l’avete). Rileggetela con altri occhi. Potreste trovare spunti non da poco.

Oltre a ritrovare la scatola rossa mi è tornato in mente (e sì è fatto trovare dopo qualche sforzo, donde il ritardo di questo post) l’editoriale di uno dei primi numeri di una vecchia rivista di GdR. Lo voglio riproporre per intero.

Il Gioco di Ruolo è uno ‘sport della mente’ seguito da centinaia di migliaia di persone nel mondo. Nel GdR far crescere il proprio personaggio, sconfiggere ‘mostri’ e trovare tesori è sicuramente rilevante, ma non è tutto. Ciò che si impara a livello umano su sé stessi e sulle altre persone è forse molto più importante della meccanica delle regole sulle quali forse molti di voi si accaniscono.

Più giocate, più imparerete a conoscervi e a conoscere i vostri amici: vi saranno quelli aggressivi e quelli cauti, quelli che saranno al posto giusto nel momento giusto e quelli che non capiranno nemmeno ciò che succede; e se sarete onesti, quando vi guarderete allo specchio dopo una sessione di gioco, saprete se siete uno che fa il buon gioco di squadra, un buon ‘combattente’, un buon leader e un onesto giocatore.

Se vi scoprirete deboli potrete testare ‘sul campo’ il miglioramento delle vostre reali caratteristiche personali. Probabilmente sarete i soli a notare i vostri eventuali cambiamenti perché saranno evidenti solo a voi stessi, come quando toglierete dagli impicci un compagno d’avventura con l’azione giusta o in altre occasioni.

Il Gioco di Ruolo, se attentamente ‘utilizzato’ vi può dare la possibilità di essere più riflessivi e più saggi sulle decisioni di tutti i giorni.

Scoprirete anche quanto il Gioco di Ruolo possa allontanare lo stress per qualche tempo, senza rendervi avulsi dalla realtà. Quando le spade scoccano scintille e le magie volano non c’è tempo per riflettere sul conto in banca o sulla prestazione scolastica.

Per utilizzare nella vita l’esperienza accumulata mettendo a confronto la vostra intelligenza con quella degli altri giocatori, bisognerà però fare un grosso sforzo, cercando di essere sé stessi il più possibile pur interpretando il personaggio. Il gioco vi aiuterà, astraendovi dal peso e dalle capacità del vostro corpo e liberandovi dalla quotidiana angoscia di non essere Conan o Gandalf!

Forse vi accorgerete che per sopravvivere alla guerra che vi attende, ogni mattino fuori dalla porta, bisognerà essere coraggiosi e astuti, pazienti e rapidi, ma sempre consci delle capacità di quel ‘personaggio’ che agisce in quel GdR dal vivo che è la vita.

E se sbagliaste le scelte cadendo nella trappola che il Grande Arbitro ha preparato apposta per voi?

Per Crom! Volete vivere per sempre?
Buon gioco!

Luca Oleastri

Tratto da Kaos numero 8 del 1992 (dove tra l’altro si annunciava l’uscita di Dangerous Journeys dello stesso Gygax).

Update: aggiunto il link della home page di Luca Oleastri dopo il suo commento.

Relativamente a lost

Se consocete le basi della Relatività generale avrete goduto come ricci alla fine del terzo episodio della quarta serie di Lost.

Se non lo avete ancora visto o, pur vedendolo, avete mancato il godimento di cui sopra, leggetevi prima il bel post di Keplero sugli effetti del campo gravitazionale.

Cercando di rovinare il meno possibile la sorpresa sulla trama (se volete, smettete di leggere qui) ecco alcune considerazioni in ordine sparso:

Lo scarto dei satelliti GPS è di 38 microsecondi/giorno, lo scarto sull’isola è di 35 minuti primi/giorno (ammettendo che sia passato 1 giorno fra l’arrivo di Daniel Faraday con il suo cronometro e il cronometro lanciato dalla nave). Questo significa che il prezzo maggiore da pagare per la nostra sospensione dell’incredulità sono solo 6 ordini di grandezza, roba da poter fare l’hula hoop con un globulo rosso, per intenderci.

Una volta pagato il pedaggio dobbiamo aspettarci un mescolone fra campo gravitazionale e campo magnetico visti i ripetuti accenni alle anomalie magnetiche ma tant’è. Del resto anche il cognome del personaggio è un indizio palese.

Non stiamo a guardare il capello: i primi piani dei sorridenti occhi di Evangeline Lilly valgono da soli la quarta serie, ehm.

P.S.: devo questo post alle selezioni automatiche di Google Reader che presenta in home page le ultime novità. Molto utile per chi ha un arretrato perpetuo.

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